Jazz nel pomeriggio

lunedì 24 novembre 2014

Brandenburg Gate – Calcutta Blues (Dave Brubeck)

 Da uno dei volumi di jazz impression del quartetto di Dave Brubeck, 1958. Le cose più interessanti vengono da Paul Desmond e da Joe Morello, ma anche le composizioni di Brubeck sono ispirate, senza eccesso di «colore locale».

 Brandenburg Gate (Brubeck), da «Jazz Impressions Of Eurasia», Columbia CL 1251. Paul Desmond, sax alto; Dave Brubeck, piano; Gene Wright, contrabbasso; Joe Morello, batteria e percussioni. Registrato il 23 agosto 1958.



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 Calcutta Blues (Brubeck), id.



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9 commenti:

sergio pasquandrea ha detto...

ecco, un tema che mi interessa parecchio: il Brubeck pianista.
io ho delle idee al proposito, ma mi farebbe piacere sentire il parere degli altri ospiti del blog...

Marco Bertoli ha detto...

Negli anni dei pianisti «soul», ma già prima, aveva un approccio marcatamente ritmico, ma con niente a che fare, ovviamente, con le radici folk e di chiesa di quegli altri: tutto cerebrale.

Pianisticamente, era essenzialmente un pestone, però le sue composizioni non ne risentivano.

Riccardo Facchi ha detto...

Riporto qui meglio le cose che ho scritto su FB:

E' una cosa quella del pestone che ho pensato per parecchio tempo anch'io, ma se andate ad ascoltare certi suoi dischi al piano solo degli anni '90 della Telarc come quello splendido dedicato alle canzoni di Natale vi accorgete che è un giudizio abbastanza ingiusto, perché si rivela un pianista assai più raffinato di quanto non sembri in prima istanza e molto sofisticato sul piano armonico. Forse si può discutere circa una sua relativa carenza di swing, ma vedo che oggi la cosa non è considerata un problema per moltissimi sedicenti jazzisti che vanno per la maggiore, quindi si può soprassedere alla cosa con Brubeck. Quanto al compositore siamo di fronte ad un indiscusso genio. Brubeck ha pagato e paga decenni di una musicologia ideologizzata che lo ha immeritatamente stroncato, assieme a Desmond che peraltro è stato poi rivalutato, ma la stessa cosa meriterebbe Brubeck. A mio avviso uno dei muscisti bianchi americani più importanti e assolutamente da rivalutare
inviterei in proposito a rileggersi le cose che si scrivevano sul suo conto negli anni '70 quando andavano di moda i musicisti per borghesi (brubeck era uno di questi, ma in buonissima compagnia), servi della CIA, musica per filodiffusione odontoiatrica e altre idiozie pseudo politicizzate del genere da parte di gente che, oggi abbondantemente attempata, ancora è in circolazione più o meno pensando sciaguratamente le stesse cose. Sul jazz in Italia si è fatta della grande disinformazione per decenni, sarebbe ora di fare una bella revisione.

Gianni Morelenbaum Gualberto ha detto...

Non me la sentirei di dire che Brubeck fosse, pianisticamente, un “pestone” (basti pensare a interpretazioni come Stardust o Koto Song): non era certamente in possesso di un jeux perlé, ma aveva –soprattutto in termini di ricchezza di dinamiche- un approccio percussivo alla tastiera comune, anche nella tecnica esecutiva, a buona parte della musica accademica del Novecento che aveva avuto un’influenza su di lui e su una buona parte dell’accademia americana: Prokof’ev, Stravinskij, Hovhaness, Milhaud. Fatto che, peraltro, è stato fonte di molte polemiche in un ambito musicale come quello jazzistico degli anni Quarante e Cinquanta, in cui la preparazione accademica era virtualmente sconosciuta e, perciò, non capita. Anche in questo caso Brubeck fu un precursore, così come lo fu nell’ambito del marketing: rivolgersi al pubblico dei college universitari fu una mossa estremamente abile e tutt’altro che conservatrice. Brubeck ebbe il merito di diffondere ulteriormente il jazz in contesti spesso chiusi e non va dimenticato che quest’opera fu condotta, a livelli ancora più allargati, facendo uso di un gruppo in cui erano presenti anche artisti di colore, come il contrabbassista Wyatt “Bull”Reuther(poi Joe Benjamin e; ancora dopo, Gene Wright) o come il batterista Frank Butler, in un’epoca in cui negli Stati Uniti vigeva ancora la segregazione razziale.
Per lungo tempo si è detto che il quartetto di Brubeck era interessante grazie alla presenza di Paul Desmond. Direi sia molto più corretto dire che la musica del quartetto, nelle sue varie fasi, era interessante e intelligente anche grazie a Desmond, ma non solo. Per molti aspetti, Brubeck è stato, nonostante diversa apparenza, uno fra i tanti maverick americani, sperimentatori anche prosaicamente stimolati dalla prassi più che dalla teoria. La sua cultura di base, alimentata da alcuni filoni popolari americani e latinoamericani, era non dissimile, per certi versi, da quella di populisti più sofisticati come Aaron Copland e Roy Harris; ad essa si aggiungeva una notevole conoscenza del ragtime e dello stride, uno studio non indifferente dell’opera di Jelly Roll Morton, Billy Kyle, Fats Waller e Duke Ellington. E sarebbe estremamente ingiusto negare l’intelligenza che si rivela nella musica di Brubeck, soprattutto nell’uso del politonalismo e dei poliritmi che, per quanto ispirato nel suo caso dall’incontro con Darius Milhaud (e, probabilmente, dall’ascolto di Stravinskij che, alla pari per altri versi di Schoenberg, è stata influenza radicale nell’ambito dell’accademia musicale americana), è diventato tratto comune di molta successiva musica improvvisata, così come l’uso di certe strutture neo-barocche. Per quanto la musicologia in ambito jazzistico sia ancora essenzialmente pallida e, soprattutto in Europa, venata di “ismi” di vario e povero tipo, credo che oggi sia possibile valutare con oggettività l’opera di Brubeck (artista che io cordialmente disprezzavo in giovane età, quando si è spesso abbastanza sciocchi da ascoltare i consigli altrui (come scriveva Bacon: If a man will begin with certainties, he shall end in doubts; but if he will be content to begin with doubts, he shall end in certainties), che è estremamente sofisticata, talvolta proprio nella sua apparente naiveté (allo stesso modo come è sofisticatissimo Rodeo di Copland, o Billy The Kid) e nel suo cosmopolitismo, laddove l’apparente inclinazione all’oleografia è, invece, veicolo astuto per introdurre una pletora di elementi tratti da altre culture e tradizioni, magari anche a scapito della capacità di creare “swing” (un elemento che in Brubeck è tutt’altro che assente, quanto, piuttosto, “reinterpretato” alla bisogna).

Gianni Morelenbaum Gualberto ha detto...

Proprio al contrario di quanto è stato affermato in passato, credo che l’arte di Brubeck abbia ancora più valore per la convinzione che la anima, per l’ampiezza di vedute con cui è articolata e, soprattutto, per l’integrità e la lontananza dai compromessi (il che ha fatto di questo artista uno fra i più criticati e vituperati), anche in presenza di lick, come l’uso ripetuto di block chord, che comunque rientrano in una precisa e inflessibile strategia estetica che ha inizio con l’Ottetto e si conclude con una serie di lavori –sinfonico-improvvisati che meritano uno studio un esame scevro da pregiudizi.
L’arte di Brubeck è di vasta ricchezza e varietà ritmiche, che hanno animato una musica talmente cocciutamente personale e originale da non trovare eredi (sebbene lo stesso Keith Jarrett abbia riconosciuto un debito nei suoi confronti e Cecil Taylor ne abbia elogiato l’importanza nel contesto degli anni Cinquanta). Direi che gran parte delle critiche a lungo rivolte all’autore sono ridicole più ancora che ingiuste. Per finire, aggiungerei che sicuramente il contributo di Desmond al Dave Brubeck Quartet era di eccezionale levatura e, ancora più sicuramente, che era del tutto aderente alle concezioni espressive di Brubeck, il vero asse portante del gruppo e la più evidente motivazione del suo successo. Cerebrale? Fino a un certo punto. Avendo avuto modo (e l'onore) di frequentarlo e di seguire molti suoi concerti, direi che Brubeck sapeva spesso emozionarsi ed emozionare, se non altro per la profondissima fede che aveva in quello che faceva e che reputava quasi una missione ecumenica, civile e culturale.

Marco Coppola ha detto...

Concordo appieno con Riccardo Facchi. L' ideologia in sé, ma soprattutto la sua strumentalizzazione e il suo incardinarsi verso derive di bieca e sterile chiusura, sono il grande cancro della nostra moderna civiltà tanto avanzata. Sono curioso di sapere cosa pensa Sergio Pasquandrea a proposito di Brubeck

Marco Bertoli ha detto...

Grazie a tutti dei contributi, che condivido largamente.

sergio pasquandrea ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
sergio pasquandrea ha detto...

Grazie mille anche da parte mia.
Trovo particolarmente stimolante l'analogia avanzata da Gianni Guaberto con Copland, anche per via del background familiare e culturale di Brubeck, che affondava nell'America rurale.