Jazz nel pomeriggio

mercoledì 23 agosto 2017

Danse de Travers n. 4 – Gnossienne n. 1 (Upbit Motion)

 Ma, ora della fine, che cosa diavolo è il jazz? Come diceva Louis Armstrong, se devi domandartelo, sta’ tranquillo che non lo saprai mai.

 Non è che io cerchi qui di cavarmela a buon mercato, mi fosse mai riuscito nella vita. Questi quattro bresciani, segnalatimi dal nostro amico, pianista e compositore raffinato Alberto Forino, si sono ispirati a Erik Satie, compositore che presenta parecchie attrattive per il jazzista, e poi hanno suonato qualcosa che è irrefragabilmente jazz, senza rinunciare per un momento a quell’impulso ritmico in avanti che chiamiamo «swing» – ritmica notevolissima, qui.

 Musicisti del talento e della fantasia degli Upbit Motion dimostrano che in quel linguaggio si possono ancora dire un sacco di cose non ancora dette, e non solo: alla luce di quel linguaggio, si possono dire in modo diverso cose già dette da altri.

 Danse de Travers n. 4 (Soggetti-Satie), da «InsenSatie», Fuorirotta FR20-2017. Upbit Motion: Angelo Peli, sax alto; Roberto Soggetti, piano; Giacomo Papetti, contrabbasso; Marco Tolotti, batteria.

 Gnossienne n. 1 (Soggetti-Satie), id.

martedì 22 agosto 2017

How Long Has This Been Going On – Fallout (Frank Rosolino)

 Ieri mi è occorso di nominare Frank Rosolino parlando con Sergio Pasquandrea (a proposito di un film di Jerry Lewis, pensa te le vie circuitose della conversazione) ed ecco che ripesco per te questo disco molto bello, che oltre a Rosolino ci offre Richie Kamuca, un mio pallino, Vince Guaraldi, il pianista dei Peanuts, e una classicissima ritmica West Coast che qui tira come una pariglia di cavalli – ma Stan Levey è stato di più, uno dei pochi bianchi fra i bopper originali.

 Come ho osservato qualche altra volta, How Long di Gershwin è una delle canzoni che meglio si presta al trombone e Frank Rosolino è stato uno dei trombonisti massimi del jazz, uno che suonava il trombone come andrebbe suonato; che paradosso che un musicista così pieno di vita, di humor, di esuberanza e di naturale virtuosismo abbia poi dovuto lasciare memoria di sé come di una delle figure più tragiche del jazz.

 How Long Has This Been Going On (G. & I. Gershwin), da «5», [Mode] V.S.O.P. #16 CD. Frank Rosolino, trombone; Richie Kamuca, sax tenore; Vince Guaraldi, piano; Monty Budwig, contrabbasso; Stan Levey, batteria. Registrato nel giugno 1957.

 Fallout (Holman), id.

mercoledì 16 agosto 2017

Whisper Not – Eronel (Fred Hersch)

 È veramente bello questo disco nuovo di Fred Hersch, una specie di stato dell’arte (uno dei possibili) del piano jazz di oggi. Contiene anche un’improvvisazione non preordinata di venti minuti, Through The Forest, che non ti faccio sentire perché non è stagione.

 Eronel è nota come una composizione di Monk ma pare che il vero autore ne sia stato Sadik Hakim (Argonne Thornton); sul disco è accreditata a entrambi.

 A risentirci fra qualche giorno, ciao.

 Whisper Not (Golson), da «Open Book», Palmetto 7 5397 21862. Fred Hersch, piano. Registrato nell’aprile 2017.

 Eronel (Monk-Hakim), id.

martedì 15 agosto 2017

Maynard Ferguson (Stan Kenton)

 Buon Ferragosto!

 Maynard Ferguson (Shorty Rogers), da «Say It With Trumpets», MJCD 1185. Maynard Ferguson, tromba, con l’orchestra di Stan Kenton diretta da Pete Rugolo; composizione e arrangiamento di Shorty Rogers. Registrato il 5 giugno 1950.

lunedì 14 agosto 2017

Nights At The Turntable – Walkin’ Shoes (Gerry Mulligan & Chet Baker)

Ho scritto questo pezzetto, con altri simili, per una rivista che l’anno scorso ha avuto vita meno che breve, ed è stato un peccato; al che puoi imputare un certo didascalismo  di norma estraneo a Jnp, che si rivolge a lettori evoluti. Absit iniuria.

 Il quartetto «pianoless» di Gerry Mulligan nella sua formazione originale con Chet Baker alla tromba durò meno di due anni, fra il 1952 e il ’53, ma s’incise indelebile, prima ancora che nella storia del jazz, nella coscienza collettiva, ideale colonna sonora di un momento e di un luogo, la California meridionale, anche se il suo successo sarebbe stato mondiale e avrebbe diffuso innumerevoli emuli e imitatori, più ancora in Europa che in America.

 Mulligan, nato nel 1927 e affermatosi giovanissimo come dotato arrangiatore e compositore al tramonto dello Swing e poi con il nonet di Miles Davis, si trovò di contraggenio, lui così individualista, a essere caposcuola di quella declinazione quasi esclusivamente bianca del cool jazz che prese il nome di «West Coast jazz», dalla costa della California, e che dal 1952 per circa un quinquennio riportò il jazz a livelli di popolarità che non aveva più conosciuto dopo l’epoca delle big band. Riconciliò infatti il pubblico bianco middle class con la musica afroamericana, fosse pure in una versione molto temperata, per non dire sedata.

 Ma le ambizioni di Mulligan erano più vaste e quell’etichetta non gli piacque mai. Fatto è che la musica del quartetto, in cui fece colpo la mancanza del pianoforte, mostrava in pezzi quali Bernie’s Tune, Walking Shoes, Nights at the Turntable tutti i caratteri della West Coast che presto sarebbero diventati formulari nelle mani di musicisti meno originali, attivi a Los Angeles e negli studios di Hollywood: dinamiche quiete, uno swing rilassato, semplicità ritmica quasi pre-moderna, melodie elaborate ma cantabili, armonie raffinate e colori sommessi, voci interne e accenni di contrappunto e, caratteristica questa tipicamente mulliganiana, una vena particolare di umorismo, quasi di clownerie.

 Contraltare assai indovinato al sax baritono di Mulligan fu Chet Baker, subito dipinto come un James Dean del jazz, trombettista musicalmente analfabeta ma d’istinto melodico infallibile, che nei gusti di critica e pubblico, in quei pochi mesi assolati e un po’ storditi, superò perfino, incredibile dictu, Miles Davis.

 Nights at the Turntable (Mulligan), da «The Best of the Gerry Mulligan Quartet with Chet Baker», Pacific Jazz CDP 7 95481 2. Chet Baker, tromba; Gerry Mulligan, sax baritono; Bob Whitlock, contrabbasso; Chico Hamilton, batteria. Registrato il 15 o 16 ottobre 1952.

 Walkin’ Shoes (Mulligan), id.

domenica 13 agosto 2017

Spring In Naples – Early Awedom – Music For A Strip Teaser (Ralph Burns) RELOADED

Reload dal 27 febbraio 2015 

 Ralph Burns (1922-2001) occupa il suo posto nella memoria dei jazzofili di buona cultura per molte partiture composte per Woody Herman durante gli anni Quaranta e Cinquanta: Apple Honey, Northwest Passage, Early Autumn, Bijou e tante altre. La sua carriera si esplicò in tutti gli ambiti della musica americana, anche a Hollywood e a Broadway, procurandogli riconoscimenti d’ogni tipo fra cui due Oscar (per Cabaret e per All That Jazz, pellicole di Bob Fosse).

 Burns, ch’era anche un buon pianista, era un compositore enormemente dotato. In questo disco a suo nome del 1955 impiega due formazioni «di studio» piene di bei nomi, una big band con molti hermaniani e un nonetto, il quale qui non sentirai; le sue musiche, di scrittura sempre molto raffinata, superano il mero ingegno per dispiegare una vera spontanea eleganza e uno swing naturale. Early Awedom già nel nome è una specie di take autoparodica di Early Autumn; Music For A Strip Teaser, con scoperto fonosimbolismo, costruisce una climax dinamica e armonica con un’infittimento progressivo della scrittura e con un chorus che s’innalza cromaticamente di otto in otto battute.

 Spring In Naples (Burns), da «Perpetual Motion», [Verve] Fresh Sound FSRCD 2216. Roy Eldridge, Al Porcino, Bernie Glow, Al DeRisi, tromba; Bill Harris, Lou Oles, trombone; Hal McKusick, Sam Marowitz, sax alto; Flip Phillips, Al Cohn, sax tenore; Danny Bank, sax baritono; Oscar Peterson, piano; Ray Brown, contrabbasso; Louis Bellson, batteria. Registrato il 4 febbraio 1955.

 Early Awedom (Burns), id.

 Music For A Strip Teaser (Burns), id.

sabato 12 agosto 2017

The Way You Look Tonight (Billie Holiday)

 A dispetto del titolo di questa arguta antologia italiana (di Alessandro Protti e Roberto Capasso), con Billie Holiday qui di ellingtoniano c’è solo Ben Webster.

 Nel 1936 Billie era nel pieno dei suoi mezzi vocali, ma interpreta lo standard di Kern con una nota asprigna e disincantata già caratteristica, di fatto dirigendo il piccolo gruppo in direzione di uno swing potente e schietto.

 Una curiosità è Vido Musso, il tenorista illustratosi soprattutto con Kenton, qui al clarinetto.

 The Way You Look Tonight (Fields, Kern), da «The Complete Billie Holiday With The Ellingtonians, 1935-1937», King Jazz KJ 143 FS. Billie Holiday con Irving «Mouse» Randolph, tromba); Vido Musso, clarinetto; Ben Webster, sax tenore; Teddy Wilson, piano; Allan Reuss, chitarra; Milt Hinton, contrabbasso; Gene Krupa, batteria. Registrato il 21 ottobre 1936.

giovedì 10 agosto 2017

The Monster – Soft Touch (Buddy Collette)

 Il jazz precisino di quel precisino di Buddy Collette. Jazz della West Coast, eppure non precisamente «West Coast Jazz», nemmeno attardata. Qui tira un’aria troppo volutamente asettica, quasi ricercatamente puerile ma con niente dell’aria jaded e comunque sempre swingante del West Coast jazz.

 Questa musica sembra parodiare la West Coast, in quel momento in fase calante già da un pezzo. È vagamente inquietante, burattinesca e non è la prima volta che Buddy Collette (bravissimo, eh) mi fa questo effetto.

 The Monster (Collette), da «Jazz On the Bounce», Bel Canto SR/1004. Rolf Ericson, tromba; Buddy Collette, clarinetto; Al Viola, chitarra; Wilfred Middlebrooks, contrabbasso; Earl Palmer, batteria. Registrato il 17 febbraio 1958.

 Soft Touch (Collette), ib. ma Collette suona il flauto.

mercoledì 9 agosto 2017

The Confined Few (Booker Little)

 Booker Little è inconfondibile come solista, compositore e arrangiatore; anche come leader, per l’urgenza ineffabile che conferiva alle esecuzioni di tutti i suoi complessi.

 Un jazzista di questa statura non poteva che cercare collaboratori del pari inconfondibili (solo il bianco batterista Shaughnessy, pur musicista rispettabile, appare qui un po’ fuori posto). Il titolo di questa composizione, come spesso i titoli di Little, alludono a qualche cosa di oscuramente penoso, mentre la composizione stessa si pone emotivamente in una terra di nessuno o meglio di tutti, in cui pena o gioia sono categorie che non sembrano più rilevare.

 The Confined Few (Little), da «The New York Sessions Feat. Booker Ervin», Lonehill Jazz 10110. Booker Little, tromba; Booker Ervin, sax tenore; Teddy Charles, vibrafono; Mal Waldron, piano; Addison Farmer, contrabbasso; Ed Shaughnessy, batteria. Registrato il 25 agosto 1960.

lunedì 31 luglio 2017

[Tacet]

 La festa, appena cominciata, è già finita, come diceva, mi pare, Severino Kierkegaard. Jazz nel pomeriggio si ferma per qualche giorno, non per sempre; riprenderà prima di ferragosto. Non resterai solo in quei giorni pericolosi dell’anno.

 The Sultan (Salim), da «Blues Suite», Savoy SV-0142. Paul Cohn, Nat Adderley, tromba; Buster Cooper, trombone; Phil Woods, sax alto; Selden Powell, sax tenore; Sahib Shihab, sax baritono; Eddie Costa, piano; George Duvivier, contrabbasso; Wilbur Hogan, batteria; A. K. Salim, arrangiamento e direzione. Registrato nel settembre o ottobre 1958.

domenica 30 luglio 2017

Home (Mike Westbrook)

 Home (Westbrook), da «Marching Song Vol. 1», Deram 844 853-2. The Mike Westbrook Concert Band: Dave Holdsworth, Greg Bowen, Ronnie Hughes, Henry Lowther, tromba; Malcolm Griffiths, Mike Gibbs, Paul Rutherford, Eddie Harvey, trombone; Martin Fry, tuba; Mike Osborne, John Warren, sax alto; Alan Skidmore, Brian Smith, sax tenore; John Surman, sax baritono; Mike Westbrook, piano; Harry Miller, Chris Lawrence, contrabbasso; Alan Jackson, John Marshall, batteria. Registrato nel 1969.

sabato 29 luglio 2017

Mapa (Ornette Coleman) RELOAD

 «Ornette On Tenor», del 1961, registra l’unica testimonianza di Ornette Coleman sul sax tenore, che fu a lungo il suo strumento, quando si esibiva come honker di rhythm’n’blues in orchestre di seconda e terza schiera nel Texas e immediate vicinanze. Se è vero che sul tenore Ornette non fa nulla di diverso che sull’alto, è anche vero che le diverse risorse sonore e retoriche dello strumento più grave stimolano la sua memoria fisica degli anni passati suonando altre musiche.

 Questo disco testimonia anche del breve transito nei gruppi di Ornette di Jimmy Garrison, per inciso l’unico bassista non bianco che Ornette abbia mai impiegato. Garrison lasciò Ornette per Coltrane, non senza prima aver  manifestato il suo disagio per la musica che gli toccava suonare, come ha raccontato Ornette parlando con A. B. Spellman, in un pittoresco meltdown pubblico, una sera. In questi pezzi Garrison è più interattivo di Charlie Haden e di Scott LaFaro, ma commette l’errore di rimanere troppo accosto a Ornette e a Cherry, cercando di seguirli e anche di prevenirli nei loro spostamenti armonici, cioè non praticando quel genere di «indipendenza empatica» che Ornette chiedeva ai suoi collaboratori.

 Ed Blackwell, come sempre, è la perfezione.

 Mapa (Coleman), da «Ornette On Tenor», Atlantic 8122-79640-5. Ornette Coleman, sax tenore; Don Cherry, cornetta; Jimmy Garrison, contrabbasso; Ed Blackwell, batteria. Registrato nel marzo 1961.

venerdì 28 luglio 2017

Capricious – Empty Ballroom [Une salle de bal vide] (Billy Taylor)

 Billy Taylor, pianista di jazz.

 Capricious (Taylor), da «Improptu», Mercury MG 20722. Billy Taylor, piano; Jim Hall, chitarra. Bob Cranshaw, contrabbasso; Walter Perkins, batteria. Registrato nel maggio 1962.

 Empty Ballroom (Une salle de bal vide) (Taylor), id.

giovedì 27 luglio 2017

It Might As Well Be Spring – Just One More Chance (Bill Harris)

 Con un disco così è facile e difficile al tempo stesso scegliere; poi, alla fine, è facile, perché le esecuzioni sono una più bella dell’altra. Non dico niente di Webster e Rowles, di cui ho detto tanto qui sopra negli anni (compulsa se vuoi la «nuvola» qui a destra) e neanche di Red Mitchell, sul quale mi sono diffuso or non è molto.

 Invece non ho mai parlato di Bill Harris (1916-1973), ma anche qui non dovrebbe essercene bisogno. Colonna dei tromboni di Woody Herman e poi del Jazz at the Philarmonic, è di quei jazzisti di una volta che, come del resto Ben Webster, si esprimevano con la pura sonorità e e la pronuncia ritmica prima ancora che con il fraseggio, sonorità che in lui era calda e riusciva a essere in una morbida e rasposa, «sensuale» fino all’impudicizia e seme generatore di uno swing potente. 
Gli eccessi sudoripari in cui poteva incorrere sono qui contenuti da una sezione ritmica astringente ma eloquente.

 Nell’head di Just One More Chance ti sembra che Harris e Webster stiano un po’ facendo la caricatura di se stessi? Non ti sbagli, ascolta il siparietto fra il primo e il secondo chorus.

 It might As Well Be Spring  (Mac Donald), da «Bill Harris And Friends», [Fantasy] OJC-083. Bill Harris, trombone; Jimmy Rowles, piano; Red Mitchell, contrabbasso; Stan Levey, batteria. Registrato nel 1957.

 Just One More Chance (Coslow-Johnston), ib. più  Ben Webster, sax tenore.